Prima arriva il suono dei campanacci. Un rintocco lontano, profondo, come se la terra stessa stesse rimbombando. Si avvicina lentamente, passo dopo passo, finché dalle strade scure emergono le prime sagome. Non arrivano come in una sfilata. Appaiono. Sono le maschere del Carnevale arcaico che attorno ai falò di Sant’Antonio compiono la loro prima uscita dell’anno.
A Mamoiada, i Mamuthones e gli Issohadores avanzano verso il fuoco con passo lento e cadenzato. Il suono dei campanacci riempie la piazza di un ritmo profondo, che sembra nascere dal suolo stesso. Non c’è musica, non ci sono parole: soltanto il bronzo che vibra e il peso dei passi sulla terra. Alla luce del fuoco, le ombre danzano sui muri e un’emozione antica si diffonde per le vie del paese.
Molti studiosi vedono in questi riti tracce di culti legati alla fertilità della terra. Il frastuono dei campanacci servirebbe ad allontanare gli spiriti maligni e a risvegliare la natura dall’inverno. Anche altre maschere raccontano questo legame profondo con il mondo animale e le forze della natura. I Boes e i Merdules di Ottana mettono in scena la tensione tra istinto e controllo: il bue selvatico e l’uomo che tenta di dominarlo.
Partecipare a queste notti significa entrare in una dimensione arcana in cui il confine tra spettatore e rito scompare. Spesso qualcuno ti sporcherà il volto con la fuliggine del fuoco: un gesto simbolico per accoglierti nella comunità e dentro quel momento sacro. Intorno al falò, l’ospitalità nasce spontanea. Si versa il vino nuovo, si offre l’acquavite, si passa un piatto di fave e lardo. Arrivano i dolci delle feste, profumati di miele e sapa. Si parla, si ride, ci si riconosce. Quando il fuoco si abbassa e la brace arde ancora di rosso vivo, la notte sembra tornare normale. Ma chi ha partecipato sa di aver sfiorato qualcosa di diverso: un sentimento antico di condivisione e profonda umanità.


