Sant’Antoni ’e su fogu
Ametà gennaio, nel silenzio dell’inverno sardo, irrompe il crepitio dei grandi falò di Sant’Antoni ’e su fogu (Sant’Antonio Abate). È il momento che nell’immaginario popolare segna l’inizio del Carnevale arcaico e risveglia nelle piazze dei paesi un’eco di tempi antichi.
La sera del 16 gennaio, nelle piazze di Mamoiada, Ottana, Orotelli e in molti altri centri, enormi cataste di legna – sas tuvas o sos fogarones – vengono accese e bruciano fino all’alba. Le fiamme illuminano i muri di pietra, le scintille salgono nel cielo nero e il fumo porta con sé l’odore resinoso del legno e delle essenze mediterranee. Gli abitanti del paese si radunano lentamente attorno al fuoco, formando un cerchio che è al contempo comunità e rito.
Secondo la tradizione, fu Sant’Antonio a rubare il fuoco agli inferi per donarlo agli uomini. Per questo il falò non è soltanto una festa: è un gesto simbolico che scaccia l’oscurità dell’inverno, purifica, protegge e rinnova. Quando le fiamme prendono forza, qualcosa nell’aria cambia: il freddo pungente si fa più lieve, il silenzio si riempie di vita e il paese intero sembra respirare all’unisono, in attesa dell’arrivo delle maschere e delle storie che prenderanno vita nella notte. Prima di danzare per le strade, la vestizione avviene nel silenzio. Le pelli vengono adagiate sulle spalle, le cinture di campanacci strette a una a una, la maschera di legno calata sul volto. In quel momento la persona scompare: rimane solo il personaggio.


