Quando l’aria si fa pungente e le vigne si spogliano, la Sardegna si rifugia nell’abbraccio dei suoi paesi. L’autunno è tempo di sintesi: il mosto che fermenta nel buio delle botti incontra il fuoco delle caldarroste, creando un’atmosfera sospesa tra sacro e convivialità. È il tempo dei profumi di corbezzolo e di terra bagnata, dove ogni gesto è una ripetizione, sempre nuova, di riti millenari.
Il sipario sull’autunno si apre con un grido corale che squarcia il silenzio del Sinis. Ogni prima domenica di settembre, Cabras celebra Santu Srabadori (San Salvatore) attraverso la “Corsa degli Scalzi”, un evento identitario che lega l’uomo alla terra, in un’estasi di fatica e devozione. Centinaia di fedeli, “is curridoris”, avvolti in una tunica bianca stretta alla vita da un cordone, corrono a piedi nudi per sette chilometri lungo sentieri polverosi e irti di pietre, unendo il paese al villaggio di San Salvatore.
Il rito commemora l’evento del 1619, quando gli abitanti diedero vita a una corsa disperata per salvare la statua del santo dalle incursioni dei Mori. Secondo la leggenda, usarono rami legati ai piedi per sollevare nuvole di polvere così fitte da simulare l’arrivo di un immenso esercito, mettendo in fuga i Saraceni. Oggi, quel voto si rinnova: il sabato mattina la statua viene portata a spalla verso il santuario campestre, per poi essere ricondotta di corsa a Cabras la domenica pomeriggio. Quel battito sordo dei piedi sulla terra arsa è memoria che si fa carne: sentirai il grido di un popolo che corre per restare fedele a se stesso.
L’autunno nel cuore dell’Isola è anche il sapore della montagna sarda: un sentore antico che parla di foreste sacre, di si- lenzi talvolta innevati e di una terra che sa nutrire il tuo spirito con sobria generosità. Salendo lungo i versanti del Gennargentu o i pendii vulcanici del Montiferru, vedrai la stagione cambiare pelle sotto le chiome secolari dei lecci, mentre più in alto i castagneti adornano le valli di colori sgargianti. I ricci si schiudono sul tappeto di foglie gialle e oro, liberando frutti bruni che per secoli hanno garantito la sopravvivenza delle comunità locali, prima dell’arrivo della patata e quando il grano scarseggiava.
Consumato come altrove anche arrosto, potrai trovare l’anima vera di questo frutto in Sardegna nella “Minestra de castangia”, un piatto all’antica con pochi elementi essenziali che profuma di focolare e di vita comunitaria. Le castagne secche vengono cotte len- tamente insieme a un soffritto di lardo o pancetta e cipolla, e poi insieme alla pasta, creando una zuppa densa dove la dolcezza del frutto sposa la sapidità del grasso.
A suggellare questo rito è l’incontro con il vino rosso dei monti. Che sia un Cannonau robusto o un Muristellu sincero spillato direttamente dalla botte, il vino accompagna sia la minestra che le caldarroste, ripulendo il palato dalla pastosità del frutto con i suoi tannini decisi. È il calore del vino che risponde al calore del fuoco: il calice rosso come brace che danza insieme al profumo della legna.


