L’interno dell’isola conserva la memoria di un Mediterraneo arcaico che sopravvive nei monumenti più antichi. La necropoli di Sant’Andrea Priu, a Bonorva, è una vera città dei morti che continua a parlare ai vivi dal Neolitico, anticipando la grande stagione dell’Età del Bronzo. I nuraghi sono architetture di potere e di sapere. Dalla reggia nuragica di Santu Antine a Torralba al nuraghe Losa di Abbasanta, dal nuraghe Arrubiu di Orroli fino a Su Nuraxi di Barumini, oggi patrimonio UNESCO, queste torri raccontano una civiltà capace di dominare la pietra e il paesaggio.
La perfezione tecnica dell’antichità raggiunge uno dei suoi vertici nei templi dell’acqua. Il pozzo sacro di Santa Cristina, a Paulilatino, con la sua geometria misteriosa, e il tempio a fonte di Su Tempiesu, a Orune, restano enigmi di pietra che rivelano il rapporto sacro tra i Sardi e l’acqua. Tra le valli di Lanaitto e Oddoene, il villaggio preistorico di Tiscali si nasconde dentro una dolina del Supramonte: un rifugio sospeso nel tempo che si raggiunge soltanto a piedi, tra i calcari e i silenzi dei monti.
Il tempo ha continuato a stratificare culti e civiltà: dalle terme romane di Forum Traiani, a Fordongianus, al santuario di Santa Sabina, a Silanus, dove tradizioni diverse si sono incontrate senza cancellarsi.
L’isolamento dei territori interni ha preservato una lingua e una cultura che emergono soprattutto nelle feste d’inverno. Durante il rito di “Sant’Antoni ’e su focu” e per la festa di San Sebastiano, le comunità si raccolgono attorno ai falò. In Barbagia il fuoco diventa spettacolo arcaico quando le antiche maschere di legno, pelli e campanacci escono dal buio per mettere in scena la lotta eterna tra l’uomo e la natura selvaggia. Nelle piazze, se ti fermi ad ascoltare, risuonerà “su cantu a tenore”, la polifonia pastorale riconosciuta dall’UNESCO che riproduce i suoni e le emozioni del pascolo sardo.


