Ogni piatto trova il suo compagno ideale nei vini dei territori montani. I rossi corposi come il Cannonau e il Monica avvolgono il palato, accompagnano le carni selvatiche e mettono in risalto le note aromatiche dei boschi. Ogni sorso diventa un gesto di connessione tra chi mangia, la terra e le stagioni, un invito a rallentare e assaporare l’inverno sui monti.
A chiudere il pasto arrivano i liquori e i distillati artigianali, intensi e caldi: il mirto e l’acquavite (“filu ’e ferru” o “abbardente”) portano con sé i profumi dei boschi e della macchia, scaldano il corpo e animano le conversazioni attorno al focolare. Un bicchiere non è solo bevanda, ma un gesto di ospitalità e radicamento, che suggella il legame tra la montagna e chi sa apprezzarne i doni.
Erbe e frutti del sottobosco – mirto, corbezzolo, ginepro – compaiono persino nei dolci.
Tra questi, le “sebadas”, dischi di pasta ripieni di formaggio fresco e ricoperti di miele di macchia, più raramente di cor- bezzolo o di castagno, dove la dolcezza incontra il carattere deciso dei sapori dei monti. Il finale è un piccolo miracolo di dolcezza: il cuore morbido dei dolci alla ricotta e mandorla, accesi dallo zafferano, l’oro viola che a novembre tinge i campi di Turri e San Gavino Monreale, chiudendo il ciclo della terra con un ultimo, prezioso bagliore.


